Resta aperta, anzi spalancata, la questione della governance di Banca d'Italia, il cui controllo è tuttora saldamente nelle mani delle banche. Che dicono di non farsene nulla, ma intanto...
Da anni l'azionista di maggioranza dell'istituto di vigilanza è INTESA SANPAOLO, proprietario di 91.035 quote. Segue UNICREDIT, staccato di quasi 30mila quote. Sul terzo gradino del podio ASSICURAZIONI GENERALI, che però di quote ne ha appena 19mila. Un po' più in giù, al 6° ed 8° posto, altri due colossi bancari quotati: BANCA CARIGE e MONTE DEI PASCHI DI SIENA. E via via, decine di altre banche, più o meno grandi, sparse sul territorio nazionale e non solo (vedi: Partecipanti al capitale di Banca d'Italia).
Più che Banca d'Italia, dunque, Banca delle Banche, essendo queste gli azionisti di maggioranza che hanno - leggi lo Statuto qui allegato - il diritto di nominare i vertici dell'istituto (art. 15: Il Consiglio superiore si compone del Governatore e di tredici consiglieri nominati nelle assemblee dei partecipanti. Ciascun consigliere rimane in carica 5 anni).
A due anni dalla nostra inchiesta - (cfr.ns "Ma quanto vale Banca d'Italia?"), nulla è dunque cambiato dalle parti di Palazzo Koch.
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Interpellate, le maggiori banche italiane dicono di non farsene nulla, ma proprio nulla della partecipazione, e si rammaricano che la legge 262 del 2005, che imponeva la cessione delle quote di Banca d’Italia in possesso di soggetti diversi dallo Stato o da enti pubblici, non sia mai stata attuata per colpa della mancata emanazione di apposito Regolamento da parte del Governo.
In effetti, una vendita delle quote di Bankitalia comporterebbe ricchissime plusvalenze per le banche controllanti. Ed è proprio questo il nodo cruciale di tutta la questione.
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Facciamo qualche esempio.
Intesa Sanpaolo, primo azionista di Banca d'italia, valuta la sua partecipazione - pari al 42,42% - 624 milioni di euro.
Unicredit Banca, secondo azionista col 22,1% del capitale, ritiene invece che la sua quota di Banca d'Italia valga 284,5 milioni di euro.
Salta subito all'occhio la differente valutazione: per l'istituto torinese ogni quota vale ben di più di quanto affermino in Piazza Cordusio.
La discrasia è ancora più lampante se prendiamo il caso di Monte dei Paschi di Siena. Per l'istituto toscano il 4,6% di Banca d'Italia vale, udite udite, 795 milioni di euro!
E non è il caso limite. Nei bilanci delle partecipanti al capitale di Banca d'Italia, c'è perfino chi arriva a valutare ogni singola quota in proprio possesso oltre 100.000 euro.
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Da dove emergano simili valutazioni è di difficile comprensione ed altrettanto problematica soluzione.
"Per la sua peculiare natura" - scrive il gruppo Intesa Sanpaolo - "non viene consolidata ed è mantenuta al costo storico; si tratta di un’eccezione alle regole contabili motivata dal fatto che si tratta di un asset fuori commercio". E sul prezzo parecchio elevato di ogni quota Bankitalia aggiunge: "il valore di carico delle quote è ampiamente inferiore alla quota di patrimonio netto, né vi sono segnali evidenti di perdita di valore e non viene
effettuato alcuno specifico test di impairment; i mezzi assimilabili al patrimonio netto di Banca d’Italia sono circa 21,7 miliardi di euro, per un pro-quota del Gruppo Intesa Sanpaolo di 9,2 miliardi rispetto al valore di carico di 624 milioni".
Monte dei Paschi di Siena si spinge più in là. Il presidente MUSSARI vuole vendere e fare cassa: "La partecipazione in Bankitalia trova il suo fondamento negli assetti che il sistema economico/finanziario si è dato nel secolo scorso; compito della nostra Banca e dell'intero Sistema Bancario è finalizzare questa partecipazione in coerenza con i vincoli che le leggi dello Stato comunque impongono. Ciò premesso, essendo evidente che non è possibile trattare questa partecipazione alla stregua delle altre partecipazioni non istituzionalmente rilevanti, ci si sta adoperando affinchè la partecipazione sia adeguatamente valorizzata, ovvero affinchè dalla stessa si possano conseguire maggiori benefici reddituali. Per ovvi motivi, non possiamo garantire il buon esito di queste iniziative, in quanto coinvolgono anche le componenti istituzionali dello Stato Italiano".
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Pensare che lo stato italiano sborsi alle banche decine di migliaia di euro per ogni quota in loro possesso è a dir poco utopistico, ed infatti ad oggi nulla di tutto ciò è successo.
La questione del controllore-controllato però resta valida e più che mai aperte
Per quanto tempo ancora l'istituto preposto alla vigilanza bancaria sarà controllato dalle banche ?
Ed è credibile il fatto che ciò non comporti limiti di sorta alle sue attività di controllo?
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