Shareholders Rights e nuovo Regolamento Consob. Cresce lo spazio dei piccoli azionisti, ma molte società non sono affatto d'accordo. Chi fa da sé fa per tre, ma soprattutto fa per sé.
"Rivoluzione Consob", "più spazio agli azionisti", "gli azionisti di minoranza ora hanno un peso" e così via. Sono questi alcuni degli slogan utilizzati dalla stampa specializzata per salutare il nuovo Regolamento Emittenti Consob.
Un entusiasmo più che giusto, viste le novità introdotte dal Regolamento, che a sua volta recepisce la direttiva europea Shareholders Rights 2007/36/CE, introdotta dal legislatore con il noto D.Lgs. 27/2010.
Titoloni che rischiano di restare parole al vento, se teniamo però conto della reazione delle società quotate. Che non hanno alcuna intenzione di concedere maggiori diritti agli azionisti e proprio in questi giorni si stanno attivando per evitare che ciò accada.
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Chi conosce il D.Lgs. 27/2010 sa bene che, tra le numerose migliorie - voto per corrispondenza, domande pre assemblea, documentazione da diffondere in tempi ragionevoli e molte altre - ce n'è una particolarmente efficace. Una norma che, da sola, può cambiare la storia delle assemblee così come oggi le conosciamo: la nomina del rappresentante designato.
E' fatto noto che il 60% del capitale delle società quotate sia in mano all'azionariato diffuso. Piccoli azionisti che, riuniti, farebbero la maggioranza in quasi tutte le Spa di Piazza Affari, ma che non esercitano il loro voto, restano a casa e fanno si che che le assemblee si traducano in rituali scontati per pochi intimi.
A parole, gran parte delle Spa quotate vive questa situazione come un dramma e, Codice di Autodisciplina alla mano, dichiara di aver tentato ogni strada volta ad aumentare la partecipazione dell'azionariato. Ottenendo, ahiloro, scarsi risultati.
Nei fatti, però, meno azionisti sigifica riunioni più corte, meno possibilità di essere contestati, meno voti contrari... insomma: meno sono meglio è.
Soli in campo, i manager nominati dall'azionista di maggioranza - spesso l'unico socio presente in assemblea - hanno pieni poteri sulla vita e la morte della Società.
Ma è qui che entra in gioco la SHRD: gli azionisti non hanno modo/tempo/voglia di venire in assemblea? Facciamoli partecipare da casa!
In che modo? Obbligando le società a designare un rappresentante al quale gli azionisti possano inviare - via email, senza spesa alcuna - le loro indicazioni di voto.
Se non è una rivoluzione, poco ci manca.
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Il guaio è che, tra il dire e il fare, tra Bruxelles e Piazza Affari, per intenderci, c'è di mezzo il D.Lgs. 27/2010, che a riguardo stabilisce:
"Salvo che il loro statuto disponga altrimenti, le società quotate designano infatti un unico soggetto per ciascuna assemblea cui i soci, entro la fine del secondo giorno di mercato aperto precedente l’adunanza, possono delegare l’esercizio del diritto di voto (art. 135- undecies, co. 1 TUF). La delega, sotto pena di inefficacia, deve essere accompagnata da specifiche istruzioni di voto in relazione alle proposte all’ordine del giorno (art. 135-undecies, co. 1 TUF)".
La norma è chiara: le società devono incaricare per legge una figura adiita a raccogliere le deleghe di voto.
Ma altrettanto chiara è la scappatoia: "salvo che il loro statuto disponga altrimenti".
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E qui veniamo all'oggi.
Nel gennaio 2010, quando è stato emanato il decreto, nessuno statuto disponeva "altrimenti", nella misura in cui non era mai stata prevista l'obbligatorietà, per le società quotate, di nominare un delegato d'ufficio.
Ma ecco che, negli ultimi mesi, sono cominciate le modifiche degli statuti.
E guarda un po', le "disposizioni in altro senso" sono spuntate come funghi.
Siamo appena agli inizi e sono già decine ed i casi in cui, con le motivazioni più disparate - in alcuni casi disperate - gli azionisti di maggioranza hanno deciso di opporsi alla nomina del rappresentante designato.
Chi fa da sé fa per tre. Ma soprattutto fa per sé.
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