| Ma quanto vale Banca d'Italia? |
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| giovedì 05 marzo 2009 | |||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
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Fresca di stampa la nostra indagine sulla Governance del controllore "controllato".
Nel dicembre 2005 l’allora ministro dell’economia Giulio Tremonti promosse la legge 262, conosciuta ai più come “Legge sulla tutela del risparmio”, nella quale, con l’art. 19, veniva disciplinato il trasferimento delle quote di Banca d’Italia possedute da soggetti diversi dallo Stato. Entro fine 2008, insomma, le banche private avrebbero dovuto cedere le proprie partecipazioni ed il capitale dell’istituto di vigilanza sarebbe dovuto tornare in mano pubblica. La scadenza, ovviamente, non è stata rispettata e ad oggi l’antico conflitto d’interessi resta insoluto. I controllati – le banche – detengono ancora il capitale del loro controllore. Sul rinvio pesa un tema fondamentale, sul quale con la nostra indagine (qui l'indice) abbiamo cercato di fare un po’ di luce: quanto vale Bankitalia? La stampa finanziaria racconta che la vendita delle quote di Banca d’Italia frutterebbe alle banche una cifra indefinita, per alcuni 4 miliardi di euro, per altri 20 e per taluni proprio nulla, perché il patrimonio dell’Istituto è “frutto del signoraggio passato ed appartiene ai cittadini, certamente non alle banche”. Ma una cifra definita da qualche parte si dovrà trovare: stiamo pur sempre parlando di banche, di società quotate. Per scoprirlo abbiamo dato così la parola ai bilanci delle 64 SpA proprietarie delle 300.000 quote di Banca d’Italia. Tra di esse, solo due sono soggetti pubblici (INPS e INAIL), mentre tutti gli altri sono banche private, eccezion fatta per la tedesca Allianz, la francese BNL e le italiane Generali, Milano Assicurazioni, Reale Mutua e Fondiaria-Sai. Laddove non v’è spazio per l’interpretazione arbitraria ed incerta, pensavamo di poter trovare un valore equo e comune. Tutt'altro. L’anomalia della governance di Banca d’Italia si riflette inevitabilmente sui bilanci, nei quali appare fin troppo chiaro che non v’è certezza sul valore reale delle partecipazioni e sulla modalità di definizione del medesimo. Alcune Società valutano la partecipazione nell’Istituto di Vigilanza al costo, altre al fair value ed altre ancora evitano di stabilire una cifra per mancanza degli elementi necessari ad una corretta determinazione del prezzo. Tali stime “arbitrarie” si traducono in pesanti discrasie. Un esempio: il gruppo Intesa Sanpaolo, azionista numero uno di Banca d’Italia con il 40% del capitale – 30,3% in proprio, il resto tramite le controllate – attribuisce alla propria quota un valore di oltre 550 milioni di Euro, ovvero circa 4.300€ per ogni quota posseduta. Unicredit, al secondo posto con il 22% circa del capitale, valuta la partecipazione circa 63 milioni di Euro, nemmeno mille euro a quota. Chi ha ragione? Scorrendo la nostra analisi emergono esempi ancor più eclatanti. Come Banca Monte dei Paschi di Siena, che valuta ognuna delle sue 13.800 quote di Banca d’Italia una cifra superiore ai 45.000 Euro. O Banca Caripe, che per appena 8 quote (per partecipare all’assemblea degli azionisti ne servono 100), ha scritto in bilancio una partecipazione di 1,7 milioni di Euro! La conclusione è un amaro auspicio: prudenza. In tempi di crisi, alle banche nostrane mancherebbe ancora la minusvalenza “Banca d’Italia”. Come al solito, ne farebbero le spese gli azionisti. Per richiedere una copia del nostro studio, clicca qui. .........................................................................................................................................
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