Dal 2007 al 2010 sono stati ben 1.500 i neolaureati – in primis in economia e commercio – ad aver svolto, con grandi aspettative, uno stage presso il più grande istituto bancario italiano. Com'è andata a finire?
La posta in palio è ghiotta e fa gola a molti: nella giungla del precariato, dei call center, delle partite iva più disparate e disperate, il contratto bancario - 37,5 ore settimanali e quattordicesima garantita – presso uno dei colossi della finanza mondiale, rappresenta un sogno ad occhi aperti. Che tale, però, è destinato a rimanere.
Da documenti ufficiali
dell’istituto di Piazza Cordusio abbiamo infatti appreso che nel 2010 soltanto il 22,8% degli stagisti Unicredit ha visto il suo contratto di stage – Unicredit lo definisce “non un contratto di lavoro, bensì un istituto di lavoro che consente ai giovani di avvicinarsi al mondo del lavoro” – trasformarsi in assunzione. Non è dato sapersi se a tempo determinato o, miraggio, indeterminato.
Come che sia (e la differenza non è di poco conto), per il restante 77,2%, vale a dire centinaia di giovani, quell’“avvicinamento al mondo del lavoro” è stata una toccata e fuga.
Numeri che fanno riflettere: per centinaia di giovani non è seguita l’ambita assunzione, ma la disoccupazione.
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Ci è difficile pensare che quel 77% e rotti di neolaureati avessero idonei requisiti per svolgere lo stage (vi si accede dopo accurate selezioni), ma così non fosse quando, al termine dello stage, si doveva decidere se assumerli davvero.
Quel che è certo è che assumere – anzi, “avvicinare” - uno stagista fa risparmiare alle aziende un sacco di soldi.
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Eh si, perché uno stagista non sta a guardare i colleghi. Lavora, a pieno ritmo ed a tariffe ridicole che spesso non raggiungono il 50% di quanto percepiscono i suoi compari di ufficio regolarmente assunti.
Ed ecco che lo stage, da anticamera del lavoro, è diventata in Italia una vera e propria alternativa all’assunzione. Perché, si saranno chiesti in molti, assumere con regolare contratto bancario lo stagista, duplicando, a parità di mansioni, i costi?
Immediata la risposta: fuori uno, avanti un altro. Il mondo è pieno di neolaureati che non vedono l’ora di dare il cambio.
La strategia, per i manager, s’è rivelata vincente, anche perché legale.
E che sul lungo periodo la qualità del lavoro possa risentirne, non è di certo un problema. Quel che conta è l'oggi: grande sfoggio di capacità gestionali davanti agli azionisti, un applauso per il taglio dei costi ed un bel bonifico a cinque, magari sei zeri sotto la voce: bonus di fine anno.
Al futuro ci penserà qualcun altro.
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